Quando un settore matura, cambiano anche gli strumenti con cui viene osservato. La nascita di Europe’s 50 Best Bars può essere letta proprio così: non soltanto come una nuova classifica, ma come il tentativo di dare forma a un panorama europeo del bere miscelato ormai sempre più articolato, riconoscibile e influente.
Per chi viaggia attraverso il gusto, questo passaggio è particolarmente interessante. I cocktail bar non sono più soltanto luoghi in cui bere bene. Sempre più spesso, infatti, sono progetti di accoglienza, identità, tecnica, atmosfera e relazione con la città in cui si inseriscono.
Proprio per questo possono entrare nel racconto di una destinazione accanto a ristoranti, cantine, mercati e prodotti tipici. Non come sostituti, ma come ulteriori elementi attraverso cui una città esprime il proprio modo di accogliere, sperimentare e raccontarsi.
Per questo motivo, Europe’s 50 Best Bars può essere letta come una lente d’ingrandimento sulla nuova geografia del bere europeo: non solo cocktail bar, ma scene urbane, hotel, quartieri, creatività, turismo e nuove forme di ospitalità.
EUROPE’S 50 BEST BARS 2026 IN BREVE
🥇 No.1: Line, ad Atene, nominato The Best Bar in Europe.
📍 Prima edizione europea: la lista è stata svelata ad Amsterdam il 30 giugno 2026.
🗺️ La mappa: 50 cocktail bar in 22 città europee.
🇮🇹 Italia in classifica: 9 bar distribuiti tra Milano, Firenze, Roma e Napoli. Il migliore è Moebius Milano, classificato al No.6 e nominato The Best Bar in Italy.
🍸 I bar italiani presenti:
- Milano: Moebius Milano, Camparino in Galleria, 1930, Rita.
- Firenze: Locale Firenze, Gucci Giardino.
- Roma: Freni e Frizioni, Drink Kong.
- Napoli: L’Antiquario.
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Questo box sarà aggiornato con le prossime edizioni di Europe’s 50 Best Bars.
Ecco cosa troverai in questo articolo:
Europe’s 50 Best Bars: non una classifica in più, ma una nuova lente sull’Europa del bere
Una lista autonoma dedicata all’Europa non nasce per aggiungere una semplice tappa al calendario internazionale del bere miscelato. Nasce quando un territorio offre materia sufficiente per essere letto con una prospettiva propria. Non più soltanto alcuni grandi bar europei dentro una classifica globale, ma una scena capace di esprimere identità diverse, città mature, nuove destinazioni, hotel bar, progetti indipendenti e linguaggi riconoscibili.
La nascita di Europe’s 50 Best Bars formalizza un cambiamento già in corso. Negli ultimi anni il cocktail bar europeo ha smesso di essere percepito solo come luogo del drink per diventare, nei casi più interessanti, uno spazio in cui si incontrano accoglienza, tecnica, atmosfera e identità urbana. Dietro al bicchiere ci sono ricerca sugli ingredienti, servizio, design, relazione con il cliente, dialogo con il quartiere e capacità di costruire un’esperienza coerente.
Per chi racconta il viaggio attraverso il gusto, e per chi considera il gusto una chiave di lettura di una destinazione, questo è un segnale da osservare con attenzione. Una lista di questo tipo diventa utile nel momento in cui smette di essere letta come un semplice ordine di arrivo, ma inizia a suggerire città da guardare con maggiore interesse, scene che stanno crescendo e locali capaci di raccontare un modo diverso di accogliere.
Accanto alle capitali e alle destinazioni più prevedibili, hanno così la possibilità di emergere luoghi meno immediati. La qualità dell’esperienza bar non appare più concentrata solo nei contesti più ovvi, ma si distribuisce lungo una geografia europea più ampia, dove tecnica, creatività, ospitalità e cultura urbana dialogano in modi diversi.
Letta da questa prospettiva, Europe’s 50 Best Bars non serve soltanto a indicare dove bere bene. Aiuta a capire come il cocktail bar sia entrato nel racconto contemporaneo delle città. Non sostituisce un ristorante, una cantina, un mercato o un hotel, ma può aggiungere un’altra chiave di lettura, soprattutto quando riesce a tenere insieme identità, atmosfera, accoglienza e relazione con il luogo in cui nasce.

Europe’s 50 Best Bars 2026. © 50 Best.
Perché Europe’s 50 Best Bars arriva ora: l’Europa dei cocktail bar diventa un ecosistema
La cultura europea del cocktail ha radici profonde e città che, nel tempo, ne hanno definito stili, rituali e riferimenti. Oggi, però, quella storia non basta più a raccontare ciò che sta accadendo: la scena si è fatta più ampia, interconnessa e riconoscibile.
Europe’s 50 Best Bars nasce da questo cambio di scala. Non guarda soltanto ai grandi bar del continente già affermati sulla scena globale, ma permette di leggere un panorama fatto di città storiche e nuove destinazioni, hotel bar e progetti indipendenti, tecniche, menu, professionisti e modelli di servizio che dialogano oltre i confini nazionali.
L’Europa dei cocktail bar comincia così ad apparire come un ecosistema. Non perché i locali si assomiglino, ma perché condividono un livello crescente di consapevolezza professionale. Ogni scena mantiene la propria identità, ma partecipa a un dialogo più ampio fatto di tecniche, viaggi, collaborazioni, contaminazioni e nuove idee di ospitalità.
Anche il modo in cui una classifica di questo tipo viene costruita racconta qualcosa. Per osservare un continente così articolato serve uno sguardo distribuito, capace di intercettare scene diverse, livelli di maturità differenti e nuovi centri di interesse. Non basta più la prospettiva di una sola città, né quella dei soli indirizzi più noti.
La nascita di una lista europea dedicata ai cocktail bar registra proprio questa evoluzione: un settore più diffuso, più riconoscibile e sempre più capace di incidere sul modo in cui si vive una città, si interpreta l’ospitalità e si costruisce un’esperienza di viaggio legata al gusto.
Lo conferma anche la presenza di premi speciali dedicati a dimensioni diverse dell’esperienza bar: ospitalità, sostenibilità, design, menu, nuove aperture e figure professionali capaci di influenzare il settore. Non si guarda soltanto al drink, ma all’insieme di competenze che rende un cocktail bar un progetto di ospitalità contemporanea.

Line Athens, i vincitori dell’edizione 2026 © 50 Best.
Cocktail bar e città: quando un locale aiuta a leggere un luogo
Nel confrontarmi con diversi bartender e team europei, mi sono resa conto di quanto ritorni spesso un’idea precisa: il cocktail bar non vive più soltanto dentro una città, ma prova sempre più spesso a dialogare con il contesto in cui si trova. Il luogo non è una semplice ambientazione, ma materia di lavoro. Quartieri, abitudini locali, produttori, comunità, memorie urbane, nuovi pubblici e trasformazioni diventano elementi da cui attingere.
Quando questo rapporto è costruito con intelligenza, il bar può diventare racconto locale e punto di connessione tra clientela del posto e ospiti internazionali.
Super Lyan, ad Amsterdam, è un esempio chiaro. Il menu Boroughs of Amsterdam parte dai diversi quartieri della città e prova a tradurne caratteri, energie e riferimenti in forma liquida. Non è un caso isolato. Anche i menu precedenti del locale avevano lavorato su Amsterdam, partendo dalla storia della città e arrivando fino a flora, fauna e canali. Non stiamo parlando quindi di una guida turistica dentro un cocktail menu, ma di un modo contemporaneo di raccontare il luogo attraverso sapori, tecniche e interpretazioni non scontate.
Anche Line, ad Atene, vincitore della prima edizione di Europe’s 50 Best Bars, lavora su un legame forte con il luogo, ma lo fa con un linguaggio completamente diverso. Qui il racconto passa dalla fermentazione, dalla stagionalità, dai piccoli produttori greci, dai vini di frutta, dal pane, dalla cucina e da un approccio circolare che tiene insieme bar, ricerca e ospitalità. Il risultato non è folklore, ma una lettura molto attuale dell’identità gastronomica della città.
Il rapporto tra bar e luogo, però, non passa sempre dallo stesso tipo di narrazione. A Milano, il Camparino in Galleria racconta la città attraverso la sua storia, l’architettura della Galleria Vittorio Emanuele II, il rito dell’aperitivo e un’eredità intrecciata alla cultura urbana milanese. Tag, a Cracovia, mostra invece un volto diverso dell’Europa del bere contemporaneo: più recente, urbano, creativo, capace di intercettare l’energia di una città che non viene sempre associata immediatamente alla grande scena cocktail europea. A Stoccolma, invece, Tjoget lavora ancora su un altro registro: non solo cocktail bar, ma spazio ibrido di quartiere in cui bar, ristorazione, vino, birra e socialità costruiscono un’idea di ospitalità più ampia e quotidiana.
Visto da questa prospettiva, allora, un cocktail bar può diventare un punto di osservazione utile anche per chi viaggia. Non basta bere bene per capire un luogo, ovviamente. Ma alcuni locali aiutano a cogliere come una città accoglie, sperimenta, cambia pubblico e costruisce nuove forme di convivialità. Ed è proprio qui che, a mio parere, il bar entra nel racconto urbano accanto a ristoranti, mercati, cantine, hotel e altri luoghi dell’ospitalità.
Le mete meno prevedibili e il cambiamento dell’ospitalità europea
La nascita di Europe’s 50 Best Bars racconta che il bere miscelato europeo non si muove più soltanto lungo le traiettorie più prevedibili. Accanto alle grandi capitali e alle città già riconosciute per la loro scena cocktail, emergono destinazioni che fino a qualche anno fa sarebbero state meno immediate per il grande pubblico: Tirana, Cracovia, Bratislava, Innsbruck, alcune città scandinave, ma anche una Grecia sempre più forte e articolata.
Questa presenza non va letta come semplice effetto sorpresa. Racconta piuttosto un cambiamento nel modo in cui l’ospitalità europea si distribuisce, cresce e si rende riconoscibile. Un cocktail bar, quando lavora con una visione precisa, può riflettere ciò che accade nel luogo in cui nasce: le trasformazioni urbane, i nuovi pubblici, il rapporto tra residenti e viaggiatori, la creatività locale e la voglia di misurarsi con standard internazionali senza perdere identità.

Tag, Cracovia. © 50 Best.
È una cosa che vale per le città già consolidate, ma diventa ancora più interessante quando riguarda destinazioni meno raccontate. Perché lì il bar può contribuire a spostare la percezione di un luogo. Non lo fa da solo, ovviamente, ma può aggiungere un tassello: mostrare che una città non è ferma all’immagine che ne abbiamo, che sta cambiando linguaggi, che ha una scena gastronomica più viva di quanto immaginiamo e che sa accogliere in modo contemporaneo.
Questa è una lettura molto vicina al modo in cui Viaggi che Mangi guarda da sempre alle destinazioni. Soffermarsi solo sui luoghi più noti non aiuta davvero a capire come cambia il viaggio. Le mete meno prevedibili hanno spesso molto da dire, proprio perché costringono a uscire dagli automatismi, a osservare meglio e a chiedersi cosa stia succedendo sotto la superficie.
Europe’s 50 Best Bars non trasforma automaticamente ogni città in una “drinking destination”, ma rende visibili segnali che altrimenti rischierebbero di restare confinati agli addetti ai lavori. Mostra che l’Europa dell’ospitalità sta cambiando passo anche fuori dai circuiti più abituali, e che un cocktail bar può essere uno degli strumenti attraverso cui leggere questa trasformazione.
Europe’s 50 Best Bars come spunto di viaggio per drink lovers
Una lista come Europe’s 50 Best Bars può diventare anche uno strumento di orientamento per chi viaggia attraverso il gusto. Non una sequenza di locali da trasformare in tappe obbligate, ma una traccia per intercettare città, quartieri e forme di ospitalità che spesso sfuggono agli itinerari più prevedibili.
Per chi ama bere bene, un cocktail bar non è semplicemente un indirizzo serale. Può essere una ragione per cambiare zona, attraversare un quartiere meno ovvio, fermarsi più a lungo in una città o inserirla in un viaggio che, altrimenti, avrebbe seguito traiettorie diverse. Questo può succedere quando il bar non si limita a servire un buon drink, ma costruisce un’esperienza.

Delusional Margarita, Line Athens. © 50 Best.
Il legame tra cocktail bar e viaggio, allora, diventa particolarmente interessante se lo si guarda dentro una prospettiva più ampia di turismo gastronomico. Un bar, come un ristorante, una cantina o un mercato, può contribuire a spostare lo sguardo su una destinazione. Può portare attenzione verso aree meno battute, valorizzare creatività locali, dialogare con produttori, hotel, artisti, comunità e professionisti dell’ospitalità.
Letta in questo modo, Europe’s 50 Best Bars non suggerisce solo dove bere bene in Europa. Diventa anche un invito a costruire viaggi più curiosi, meno automatici e più attenti alle scene che stanno crescendo fuori dai circuiti più scontati. Anche questo è un modo sano di intendere il turismo. Non consumare una città attraverso pochi luoghi già codificati, ma cercare esperienze capaci di restituirne complessità, energia e trasformazioni.
Da Amsterdam in poi: cosa osservare nella nuova scena europea dei cocktail bar
La nascita di Europe’s 50 Best Bars, nel 2026, apre un nuovo osservatorio sulla scena cocktail europea. La prima lista svelata ad Amsterdam offre una mappa iniziale, ma ciò che sarà interessante seguire nei prossimi anni riguarda soprattutto l’evoluzione delle scene locali, il peso crescente degli hotel bar, l’emersione di città meno prevedibili e il modo in cui il bere miscelato continuerà a intrecciarsi con turismo, ristorazione e ospitalità.
Per chi racconta il viaggio attraverso il gusto, è un terreno da osservare con attenzione. Un cocktail bar, quando ha identità e visione, può diventare molto più di un luogo in cui bere bene. Può aiutare, infatti, a interpretare una città, intercettarne l’energia e aggiungere una nuova prospettiva all’esperienza di viaggio.

Ad Amsterdam per la prima edizione di Europe’s 50 Best Bars.
Europe’s 50 Best Bars, allora, non è soltanto una lista da consultare, ma un osservatorio da tenere d’occhio. Perché dentro ci sono segnali che riguardano il bere miscelato, certo, ma anche il modo in cui le città europee stanno ripensando accoglienza, identità e relazione con chi viaggia.
Su Viaggi che Mangi continuerò a seguire questo filone con lo sguardo di sempre: attento al gusto, ai luoghi e alle storie che aiutano a capire meglio una destinazione.
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